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 Robert Wyatt - Satori in Londra - Ciao 2001 -N. 24 - 22 Giugno 1975


"SATORI" A LONDRA

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  "Satori" a Londra  
 
Esce in questi giorni "Ruth Is Stranger Than Richard", il nuovo album di Robert Wyatt che vede la partecipazione di Fred Frith, Mongesi Feza, Gary Windo, Eno, Laurie Allan...

Manuel Insolera ne delinea i caratteri musicali, mentre Daniel Caroli incontra Robert, parlatore vivace, ma distratto, nella sua splendida abitazione londinese.
Esclusivo.

 




INTERVISTA SUSSURRATA

LONDRA

Giro per Londra in uno splendido pomeriggio quasi estivo, fino ad arrivare al distretto residenziale di Richmond, poco più in là, a Twickenham, c'è la splendida abitazione di Robert Wyatt. Sono piuttosto stupito: come può un musicista che non ha mai conosciuto grandi successi discografici e che da quasi due anni è paralizzato (dopo una rovinosa caduta dal quarto piano di una casa di Maida Vale, durante un party scatenato) permettersi un simile lusso? Più tardi verrà a sapere, da gente ben informata, che l'edificio è stato donato a Robert, dopo l’incidente, da un'ammiratrice, l'attrice Julie Christie.


Avevo già incontrato l'ex Soft Machine, ex Matching Mole eccetera alcuni giorni prima, presso gli uffici della Virgin: ma era già tardi e c'eravamo limitati a due chiacchiere convenzionali in un pub (« Che confusione qui a Portobello Road! Sono mesi che non esco di casa, e penso che non mi muoverà da Twickenham ancora per parecchio tempo, dopo l'esperienza di oggi »), davanti a una birra, accordandoci per l'appuntamento.


Mi aveva fatto un certo effetto veder quest'uomo, evidentemente provvisto di notevole forza interiore, inchiodato su una sedia a rotelle; ma poi, conversando con lui, m'ero reso conto che Robert riusciva a non farsene un problema.


E' lui infatti che viene ad aprirci e porta poi del té, dopo averci fatto accomodare nella « living room » ma Alfie, la moglie inseparabile, resta sempre nei dintorni per dare, se necessario, una mano.


La conversazione dura oltre un'ora, ed è molto interessante perché Wyatt si rivela un abile e vivace parlatore, talora distratto ma sempre spontaneo, che entra subito nel vivo del discorso: « Non mi sento tenuto a fingere di amare, o di suonare, il rock & roll. Questo non perché io mi consideri vecchio: ho trent'anni, ma mi ritengo ancora un adolescente, dato che ho in testa una strana idea seconde cui raggiungerò una vera maturità soltanto a cinquantacinque anni. Lo dico perché le uniche cose che io riesca a sentire con piena partecipazione sono i capolavori di grandi jazzmen come Elvin Jones, Charlie Mingus, Art Blakey, Thelonious Monk, Dizzy Gilespie, Sonny Rollins. Si, anche Pharaoh Sanders e Don Cherry, ma non mi prendono molto i miei amici Gary Windo e Mongezi Feza però sono stati parecchio influenzati da loro. Quanto alla Mahavishnu Orchestra e cose del genere, mi pare siano cosi dominate dal virtuosismo, dall'abilità manuale, che finiscono per ridursi ad un prodotto per « teen-ager » (come negli anni '60 le storie su Alvin Lee, la chitarra più véloce, o su chi faceva il pezzo più lungo e sciocchezze del genere). Intendiamoci, il rock non mi dispiace, ma trovo soddisfazione solo nei classici del jazz inoltre sono un fan degli Henry Cow, particolarmente di Tim Hodgkinson e di Fred Frith ».



Arriviamo, quindi, al nuovo lavoro: « Questo nuovo LP è stato realizzato molto in fretta, concedendo quindi un ampio margine alla spontaneità. Non mi sono preoccupato di stare a controllare il lavoro dei musicisti, tutta gente per cui nutro la massima stima. Naturalmente però certe scelle sono mie: ad esempio, ci sono ancor meno chitarre che in "Rock Bottom" (per un motivo ben preciso: le sonorità di questo strumento — sia elettrico sia acustico — mi sono venute a noia) mentre hanno un notevole risalto il pianoforte, il cui suono attualmente mi affascina, e i sassofoni di Gary Windo e del pakistano George Kahn. Altri strumentisti il cui contributo è stato determinante: l'ex Gong Laurie Allan (batteria), l'ex Matching Mole Bill McCormick (basso) e il trombettista Mongezi Feza, che già era apparso in "Rock Bottom". Mongezi era impegnato in una tournée proprio durante il periodo delle registrazioni, ma siamo riusciti ugualmente a farlo intervenire per realizzare un pezzo con lui, una sua composizione. In un paio di brani c'è Fred Frith, che compare curiosamente come pianista e cantante. E poi Eno è stato molto d'aiuto, non solo come strumentista: abbiamo usato le sue carte, le "Oblique Strategies", per risolvere certi problemi, e hanno funzionato bene; Eno è un gran personaggio, veramente intelligente e sensibile, mi piace lavorare con lui.


« Non sono mai stato molto entusiasta della scena "live", ma adesso mi sento un po' frustrato per il fatto di essere soltanto un artista discografico. Questo crea una certa tensione, che si risolve per me proprio nel lavoro in studio. Registrare sta diventando per me una passione: quando compongo, penso in termini di combinazioni di strumenti, di sonorità. Naturalmente, anche se cerco di indovinare prima cosa sarà più utile, facendo in un certo senso una programmazione, so benissimo che le sfumature migliori sono poi quelle che vengono fuori inattese proprio mentre si stanno realizzando i pezzi. Il fatto è che mi sono accorto che lo studio di registrazione è uno strumento di per sé, che bisogna saper usare per i propri fini (non è una gran scoperta, lo so, Phil Spector c'era già arrivato più di dieci anni fa): purtroppo, è uno strumento molto costoso e quindi non lo si può sfruttare come si vorrebbe. Avendo il tempo necessario, sarebbe possibile fare cose incredibili: me ne sono accorto lavorando sui missaggi di questo album; certi brani hanno assunto una coloritura imprevista e molto più significativa semplicemente perché abbiamo dato più volume a uno strumento piuttosto che a un altro, o perché abbiamo accostato due basi registrate indipendentemente. Non fraintendermi, però: mi guardo bene dal dare eccessivo peso all'aspetto tecnico. Per me, fondamento della musica è l'intuizione: l'intelletto deve restare in funzione subordinata, anche perché non credo che sia in grado di seguire effettivamente quello che succede quando si suona (beh, parlo di musica ad un certo livello, naturalmente) »


Riferisco a Robert alcune affermazioni di Kevin Ayers sui Soft Machine: la tensione che esisteva tra i vari componenti, la delusione di non aver raggiunto i risultati che la formazione prometteva. « Tensione? Avrebbe potuto dirti chiaro e tondo che si litigava tutto il tempo. Per me in particolare é stato duro il periodo prima della mia uscita, con Ratledge e Hopper che avevano creato in me un complesso d'inferiorità con le loro arie da intellettuali e l'apparente disinteresse in ciò che proponevo io. Ma francamente preferisco non parlare di queste faccende ».




Gli chiedo allora di dirmi qualcosa sui suoi progetti immediati: « Dovrei fare dei concerti a Londra e a Parigi con qli Henry Cow le prove inizieranno nei prossimi giorni. Nel frattempo sto completando delle registrazioni con Ivo Cutler. Poi, a più lunga scadenza, mi attende un bel periodo di riposo in campagna, presso amici. Quanto a presentare dal vivo il materiale di "Ruth Is Stranger Than Richard", ci sono varie difficoltà: la mia scarsa mobilità, innanzitutto, poi il problema di riunire musicisti occupati con attività personali, e infine la questione di ottenere in concerto la stessa resa che su disco: in studio per esempio puoi usare un accom pagnamento ad alto volume su cui viene inserita una parte vocale appena sussurrata. Come si può fare una cosa del genere "live"? Nessuno sentirebbe il canto. Insomma, per ora non si parla di tournée promozionali o cose del genere ».

Un vero peccato.

Daniele Caroli


ANCORA IL CANTO DELLA MENTE

La grave sciagura che ha reso Robert Wyatt paralizzato per sempre, ha operato anche un miracolo positivo: e cioé che la produzione di Robert, prima cosi rara, è andata di colpo aumentando E questo. è da ritenere, soprattuttci perché l'immobilità forzata si sta rivelando per Robert un motivo di calma, di introspezione, addirittura, anche se sembra assurdo, di serenità.


La serenità sconvolgente di Wyatt si avvicina di molto al « satori » Zen, all'illuminazione, alla comprensione che nulla è comprensibile, che si acquisisce soltanto quando si è tutto compreso. Di pari passo, l'umorismo (caratteristica fondamentale di tutta l’arte e di tutto « l'essere » wyattiano, sia prima che dopo la disgrazia) è il retaggio di derivazione Dada, di cui Robert si fà incarnazione vivente oggi, a cinguant'anni dalla precoce e volontaria morte di uno dei movimenti culturali più vitali e rivoluzionari del nostro secolo, che ci ha donato artisti del calibro di Erik Satie nella musica, Louis Aragon e Tristan Tzara nella letteratura, Francis Picabia e Max Ernst nella pittura e l’arte grafica, volendo citare soltanto porchissimi nomi. Se è vero (ed e vero) che Dada fu soprattutto una forma dello spirito, se è vero, come è vero, che il Satori zen e una metamorfosi dello spirito, se infine è vero, (come è vero) che queste due esperienze sono alla base dell'arte e dell'essere di Wyatt, allora possiamo affermare per lo meno due cose: che la musica di Robert Wyatt è musica spirituale (o « canto della mente », se preferite una terminologia laica): e che tra l’arte e la vita di Robert non c’é alcuna differenza, essendo l’arte la sua vita, e la sua vita l’arte. La terza osservazione, che si evince da tutto il discorso, è che Robert Wyatt è un artista del nostro tempo, non più appartenente soltanto alle semplici pastoie di una pretesa « cultura pop », ma più generalmente appartenente alla cultura senza altre aggettivazioni.


Detto questo, è detto tutto. L'ultimissimo album di Wyatt, « Ruth is stranger than Richard » appena uscito in Inghilterra, è una gemma ineguagliabile, che compléta il discorso del precedente, altrettanto splendido, « Rock bottom », e più in generale di tutto l’itinerario wyattiano.


Da un punto di vista strettamente musicale, si potrebbe dire che il « canto della mente », in « Rock bottom » strutturato principalmente sulle tastiere, qui si arrirchisce di una dimensione fiatistica, di una tecnica jazzata, che però trascendono il jazz, si astrattizzano, diventano pura e smaterializzata componente del « canto ». E in più, la voce insuperabile, sfasata, magica di Robert e in più, l'apporto creativo e strumentale della gente del calibro di Frith (degli Henry Cow), dei fiatisti Mongesi Feza, Gary Windo e Nisar Ahmad Khan, del « genio elettronico » Eno, di Laurie Allanm e Bill McCormick rispettivamente alla batteria e al basso.

Per quanto riquarda lo spirito del disco, rivedetevi tutto quanto si è detto più sopra: al di là rimane l’emozione pura, l’estasi della contemplazione: situazioni spirituali (mentali), queste, indescrivibili, ineffabili : il Bello è tutto ciò che ci fa piangere mentre vorremmo ridere, e ridere mentre vorremmo pianqere.


Manuel Insolera